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di Antonio Rossin - Luglio 1995

Caro Pietro,
credo sia mio dovere esporti con franchezza alcune mie riflessioni su un problema esistenziale che trova voi figli troppo spesso impreparati: la droga. Vorrei in sostanza tentare di rispondere ad alcune elementari domande che ogni figlio potrebbe fare a suo padre. Che cos'è la droga, e a cosa serve? Perché tanti giovani sono così inclini a farvi ricorso, qual'è il loro messaggio nascosto? e finalmente, che fare?
Credo che parlare con te di queste cose ti possa rendere più consapevole e più forte. Quindi ti chiedo di prestarmi la tua attenzione. Inizierò da una riflessione sul concetto di droga, per poi analizzare le radici profonde del fenomeno, il disagio giovanile e la trasgressione.
Alla fine ti farò una proposta.


Le radici

Il disagio giovanile

La trasgressione

Una proposta


Le radici

- Tutto è droga - mi disse una volta un tale, e credo avesse ragione. In effetti, quand'è che una sostanza può essere considerata droga?
Quand'ero un ragazzino, noi chiamavamo droghe la cannella, la noce moscata, il pepe nero e rosso, i chiodi di garofano, il tè e il caffè. Si compravano dal droghiere e servivano - servono ancora - a cambiare il sapore reale degli cibi, a renderli più attraenti, più eccitanti. Le droghe di oggi, quelle proibite, si vendono per le strade e nelle discoteche e si chiamano eroina, hascisc, acido, anfa, coca, extasy e crack. Sembrerebbe che da allora il significato della parola droga sia cambiato enormemente: non è così, perché proprio come le mie ingenue droghe di allora anche quelle di oggi servono a cambiare il sapore reale delle cose, a renderle più attraenti ed eccitanti. Oggi come allora le droghe servono a cambiare l'aspetto della realtà - ovviamente per renderla più piacevole, almeno nel desiderio di chi le usa.
Se però pensi che rendere più bella e piacevole la realtà in cui vivi è un desiderio di tutti che appartiene alla nostra natura umana, questa caratteristica delle droghe dice che queste sostanze rispondono in qualche modo alle esigenze del nostro modello culturale. E quindi veramente tutto è droga, perché i mezzi che la nostra cultura ci mette a disposizione per cambiare la realtà che non ci piace sono praticamente infiniti. Infatti se ciò che uno vuole è cambiare l'apparenza della realtà per renderla più attraente - possibilmente tutto e subito, come vorreste sempre voi ragazzi - droghe non sono più solo quelle proibite o certi farmaci, ma anche l'alcool e il tabacco, la coca-cola, la musica sempre nelle orecchie, la moda di tendenza, la macchina e la moto da sballo, il tifo negli stadi, le telenovelas e tutta una quantità di riti collettivi. Anche le parole gratificanti di un Muccioli o di un don Pierino, che pure hanno salvato tanti poveri ragazzi dall'inferno del carcere o dell'overdose, possono essere droga. Sì, perché quando un drogato non ce la fa più e crede di aver ritrovato la propria dignità umana solo perché si è messo a dipendere dalle parole di un leader positivo, quelle parole sono droga.
D'altra parte, quante volte ci lasciamo incantare, drogare dalle parole di chi ci fa apparire il mondo più piacevole e attraente di quello che è nella realtà! Anche la politica può esser droga, e persino le religioni: qualcuno ha detto che sono l'oppio dei popoli e c'è da crederlo, basta guardare l'uso che ne fanno i fondamentalisti.

Ma se la droga è un aspetto del nostro modello culturale, allora siamo tutti drogati, siamo tutti dentro il tunnel perché droga non è tanto la roba che uno prende per cambiare una realtà che non gli piace: droga è la domanda stessa di far sembrare diversa la realtà.
Se uno ha dentro di sé quel tipo di domanda la sua droga prima o poi finisce sempre col trovarla: quella pesante o quelle leggere, o le altre più subdole che dicevo prima. O semplicemente l'autosuggestione. Così, se vogliamo davvero risolvere il problema, dobbiamo capire che la droga è come un albero: il tronco i rami e le foglie sono le droghe proibite, mentre la parte nascosta - le radici - è la nostra domanda di cambiare l'apparenza della realtà se non ci piace. Invece sono troppi i conformisti che credono basti tagliare i rami e il tronco, la parte visibile dell'albero, senza capire che non si risolve niente se non si estirpano anche le radici. Se restano lì dove sono, nel profondo del nostro modello culturale, prima o poi quelle radici faranno spuntare sempre nuovi alberelli.

L'immagine dell'albero con le radici aiuta a capire perché il problema della droga non è stato ancora risolto, anche se tutti dicono di volerlo fare. Tutti sanno infatti che la droga fa male perché allontana dalla realtà, e tutto ciò che allontana dalla realtà prepara sempre tragiche sorprese. Questo è il motivo che mi spinge a parlarti di droga: come tutti i genitori, anch'io vorrei che mio figlio sia aderente alla realtà, perché essere aderenti alla realtà significa godere maggior benessere e salute. Però ti raccomando vivamente di fare attenzione a tutto l'albero, non solo a ciò che si vede in superficie ma soprattutto alle radici nascoste, quelle da cui cresce continuamente la domanda.
Queste radici sono il nostro modello culturale, e se vogliamo risolvere il problema in qualche misura lo dobbiamo migliorare.

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Il disagio giovanile

Non è un problema da niente, cambiare il nostro modello culturale. I conformisti evitano di approfondire l'argomento: mi riferisco a certe persone anche importanti che si interessano di lotta alla droga ma non comprendono il ruolo della domanda, così si occupano solo dell'offerta di droghe proibite. Costoro si dividono in proibizionisti, che vogliono togliere le droghe illegali dalla piazza così - dicono - i drogati finiranno di sbattersi e tutto il resto; e in antiproibizionisti che vogliono mettere legalmente le droghe sulla piazza così - dicono anch'essi - i drogati finiranno di sbattersi e tutto il resto. Le loro squadre stanno giocando una partita strana: sembrerebbe che una delle due dovesse vincere e invece stanno perdendo tutte e due.
I proibizionisti sono in maggioranza, eppure non riescono a sconfiggere la droga: lo si vede dal numero dei morti per overdose che dieci più dieci meno negli ultimi anni è sempre uguale, e dalla quantità di droga sequestrata che aumenta sempre, segno che ne gira sempre più. E l'altro giorno la TV diceva che i campesinos, i contadini che coltivano la coca in Colombia, hanno ottenuto dal loro governo il permesso di continuare quel lavoro.
Gli antiproibizionisti invece dicono che la droga va legalizzata: se vincono loro per averne basterà andare in farmacia con la ricetta del dottore. Essi però non dicono che in qualche città, forse in Olanda, l'esperimento è stato fatto ma è subito arrivato un esercito di gente da ogni parte del mondo per avere la roba così tutto è finito nella confusione più totale: è chiaro che con la droga libera succederebbe lo stesso anche da noi. Essi dicono inoltre che legalizzando la droga si toglierebbe una fonte di reddito alla criminalità organizzata e forse è vero, ma può essere anche vero che senza quel denaro i criminali sarebbero sempre gli stessi, se non peggio. Invece gli antiproibizionisti non dicono mai che la droga danneggia il cervello, soprattutto nei giovani quando non è ancora sviluppato del tutto, così se si facilita il consumo di droga nei figli si finisce col diminuire l'intelligenza e la creatività delle nuove generazioni e non sembra innocuo fare un simile torto alle esigenze dell'evoluzione naturale.
Una volta ho interrogato un loro leader sul problema della prevenzione. "Prima la legalizzazione e poi la prevenzione!" mi ha ribattuto secco quel signore. Forse era uno che fumava: comunque sia, è chiaro che gli antiproibizionisti non si mostrano interessati a contenere la domanda di droga, loro non guardano le radici. La stessa cosa si può dire di certi scienziati che si occupano di lotta alla tossicodipendenza ma parlano solo di droghe proibite e di comunità di recupero, così finiscono col distogliere l'attenzione collettiva dalla parte nascosta del problema. Il loro è un tragico errore sociale, perché solo facendo attenzione alle radici noi genitori potremo arrivare a capire che il mondo reale, quello che noi stiamo consegnando ai nostri figli, a voi che siete i nostri figli non va bene, ci state a disagio e così volete evadere.
Proprio così, mio caro Pietro. Se un giovane non si sente felice nella realtà in cui vive, anche perché spesso antiquata e imposta dall'alto, è logico che senta il bisogno di evadere. E' inevitabile che in questo modo cresca la domanda di cambiare magari solo artificialmente la realtà nell'illusione di farla diventare più piacevole. Ed è altrettanto inevitabile che allo stesso modo cresca anche la domanda di droga, perché c'è sempre della droga dove uno chiede di truccare la realtà per farla sembrare più piacevole.

Alle radici della droga c'è dunque un buco culturale che deve essere riempito, se vogliamo davvero risolvere il problema. Questo buco è l'incapacità di capire di noi genitori, che nella nostra opinione ci riteniamo benpensanti ma non lo siamo altrettanto nell'opinione dei nostri figli. Questo buco è lo scontento di troppi giovani, è il disagio giovanile: e noi adulti, noi genitori ne siamo in qualche misura responsabili.
Di fatto, tutti i genitori sanno che alle radici della droga c'è il disagio giovanile, ma nessuno si chiede mai come nasce in realtà questo disagio. Io me lo sono chiesto; e posso dirti che il vostro disagio è conseguenza di un uso errato della comunicazione educativa famigliare. E non dirmi che la mia è solo un'opinione personale perché non ci sono dati oggettivi a confermarla, e poi tu sai che dico il vero perché quella volta con me c'eri anche tu. Ricordi, Pietro?
Avevi forse diciott'anni ed eri vispo come tanti ragazzi a quell'età, però studiavi poco e soprattutto eri un gran disordinato. Quel giorno eri andato in garage in cerca di una corda per trainare una macchina in panne e avevi preso l'avvolgifiocco della barca, eppure sapevi bene che un cavetto di acciaio a legarlo stretto si rovina, non torna più com'era prima. Proprio quello era successo. Io aspettavo il tuo ritorno, e pensavo a cos'avrei potuto dirti per farti ammettere almeno quella volta il tuo errore, tant'era evidente l'asinata che avevi combinato.
Come ti vidi tornare ti indicai il cavetto che avevi buttato là nell'erba e ti dissi: "Ma perché mi fai di queste cose? A parte la stupidità di aver usato un attrezzo non adatto quando avevi del filo di ferro a portata di mano e potevi far meglio con quello, tu proprio non hai nessun rispetto per le cose di tuo padre: prendi quello che ti comoda senza nessun riguardo per gli altri, distruggi e butti via. Perché mi fai di queste cose?".

Tu sei rimasto un poco pensieroso, poi mi guardasti dritto in faccia: "Papà - hai detto con una voce strana che non ti avevo mai sentito prima - tu mi stai parlando in questo modo perché vuoi affermare la tua personalità sulla mia..."
Il tono sommesso e quasi triste della tua voce mi bloccò. Tu sei rimasto un po' ad attendere la mia risposta che non venne, poi te ne andasti stringendoti le spalle e mi hai lasciato solo a riflettere col mio cavetto in mano. Riflettei: e mi resi conto che mi ero venuto a trovare in una situazione paradossale. Tu Pietro avevi torto, ed era mio dovere redarguirti non solo per l'attrezzo rovinato ma anche perché mai mi era passata per la testa l'idea di affermare la mia personalità a danno di qualcuno, figurarsi poi a danno di mio figlio. Ma se ti avessi fatto ammettere il tuo errore, anche se non volevo affermare proprio nulla alla fine il risultato era lo stesso: avrei affermato la mia personalità sulla tua. Le tue parole mi avevano posto improvvisamente di fronte all'evidenza che quella di affermare la tua personalità per te era una necessità primaria, un vero e proprio problema esistenziale, e mi sentivo in colpa per non averci mai pensato prima.

Fu allora che iniziai a pensare al disagio giovanile. La gente crede che questo disagio sia legato a difficoltà oggettive, e invece non è così. Infatti un giovane può sentirsi del tutto a proprio agio anche se si trova in condizioni di vita disagiate - se appena riesce ad affermare la propria personalità nel suo ambiente sociale. Viceversa può avvertire il disagio più mortale anche se vive nella più sfrenata agiatezza, se però in quell'ambiente il suo bisogno di affermarsi non trova spazio, viene frustrato. Il fatto è che quando un genitore vuole mettere bene il proprio figlio, e quel figlio si lascia mettere bene, in quel momento la personalità che si afferma è quella del genitore e non quella del figlio. Attenzione, perché anche se un genitore dà a suo figlio semplicemente del cibo, e suo figlio ne mangia, in quel momento la personalità che si afferma è quella del genitore che ha dato il cibo e non quella del figlio che lo ha ricevuto. Lo stesso succede per tutte le altre cose che noi genitori diamo abitualmente ai nostri figli, per i valori di noialtri benpensanti: se i nostri figli li accettano, affermano i valori e la personalità di noialtri genitori, non la loro, così senza saperlo finiscono nel disagio.
Ecco dove nasce il disagio giovanile: nella difficoltà di voi figli di affermare la vostra personalità, perché noi genitori, noi benpensanti, credendo di fare il vostro bene facciamo di tutto - ma proprio di tutto - per impedirvelo.

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La trasgressione

Il disagio giovanile è dunque il risultato paradossale di un rapporto famigliare di tipo eccessivamente assistenziale. La sua conseguenza inevitabile è la trasgressione, come unica risposta possibile all'esigenza naturale di voi giovani di affermare comunque la vostra personalità in un mondo di adulti dove ogni spazio è già saldamente occupato dai valori dei benpensanti, a partire dallo spazio della famiglia e dai valori di noi genitori. Noi benpensanti siamo fermamente convinti che per mettere voi figli a vostro agio dobbiamo assistervi a più non posso, senza capire che in questo modo affermiamo la nostra personalità e non la vostra. Per affermarvi, voi figli avete invece bisogno di essere autonomi e indipendenti, flessibili, altro che assistiti fino all'esasperazione!
Queste cose le voglio dire a te, Pietro, e a tutti i ragazzi come te perché le diciate ai vostri genitori: se volete davvero affermare la vostra personalità dovete imparare a gestirvi autonomamente da voi stessi, i genitori devono soltanto preoccuparsi di mettere a vostra disposizione lo spazio adatto, libero e aperto alla critica e al confronto, ma dentro la famiglia. Se noi genitori non ci poniamo il problema di concedervi questo spazio, se un figlio non trova nella sua famiglia questo spazio particolare a sua disposizione perché tutti gli spazi sono già saturi dei valori dei genitori, allora la sua necessità vitale di affermare la propria personalità non riesce più ad esprimersi, è repressa. Quella però di affermare la propria personalità è una necessità naturale che fa parte della dignità stessa dell'uomo, non la si può reprimere impunemente! Quindi Pietro, se voglio evitarti il dramma del disagio giovanile devo procurarti uno spazio reale dove tu possa imparare ad affermare la tua personalità contro la mia, ma dentro la famiglia. Altrimenti nasce la trasgressione: per affermare la tua personalità, per realizzare te stesso sei costretto a rifiutare lo spazio dei genitori e i valori dei benpensanti anche se sono giusti.

Così, se un genitore fa tanto da reprimere la personalità di suo figlio, diventa lui stesso la causa del suo disagio, e per evitare quel disagio quel figlio sarà obbligato a cercare di realizzare la sua personalità altrove, fuori dello spazio famigliare. In questo modo assurdo e inutile un giovane può esser spinto fuori dallo spazio sociale per finire in quello della trasgressione: talora finisce nella trasgressione della droga. Tutto questo accade semplicemente perché noi genitori ci ostiniamo a non capire che la personalità di un uomo si afferma sempre contro quella di un altro, mai a suo favore perché non è possibile che sia diversamente.

Quella volta, appena arrivai a capire questa semplice verità, ho subito pensato che mai il mio avvolgifiocco avrebbe potuto rendermi un servizio migliore. Grazie a te, Pietro. Così ora sono finalmente in grado di darti una risposta. Ascoltami bene.
Devi stare molto attento. Se qualcuno viene a dirti che lui ti vuole bene, che lui ti vuole assistere e fare le cose a tuo vantaggio, in quel momento costui ti sta fregando perché realizza il suo protagonismo e non il tuo, e così tu finisci nel disagio. Apri gli occhi, diffida del ricatto affettivo di chi ti dice che lui ti vuol proteggere, anche se ti sembra che lo stia facendo con amore. State bene attenti, cari i miei figlioli, anche a chi vi sta dicendo queste cose, anche se chi vi parla è vostro padre: perché se è vero che ciò vi può aiutare a capire meglio il disagio di voi giovani, però è altrettanto vero che in questo stesso momento la personalità che si afferma è quella di chi vi parla, e non la vostra. Sfortunatamente, troppi genitori non si sono ancora posti il problema del disagio e della trasgressione. Noi, i benpensanti, diciamo che vogliamo mettere bene i nostri figli, che li vogliamo bravi ed ubbidienti: ma non riusciamo a capire che in questo modo facciamo di tutto per affermare la nostra personalità e non quella dei figli, e così li obblighiamo ad essere succubi e dipendenti oppure a trasgredire. Noi genitori facciamo del nostro meglio per sottomettere i nostri figli alla nostra personalità e ai nostri valori perché altrimenti ci sentiremmo noi a disagio, senza capire che così facendo noi stessi siamo paradossalmente la causa del loro: di quel disagio giovanile di cui sono fatte le radici della droga.

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Una proposta

Comunque sia, cari ragazzi, queste cose vi riguardano molto da vicino e ad ogni buon conto io intanto ve le ho dette, così se non altro ora siete messi sull'avviso. Aprite bene gli occhi, imparate a gestirvi voi stessi i vostri spazi, quelli dove i protagonisti siete voi. Diffidate di chi vi offre il suo consenso solo per rassicurarvi, per confortarvi nelle vostre piccole paure: sino a che vi lascerete assistere sarete sempre dipendenti e sottomessi. Imparate ad affermare la vostra personalità senza cercare l'aiuto di nessuno se no finirete presto o tardi nel disagio: in quello cosiddetto giovanile, in quello della trasgressione tanto per far qualcosa, persino in quello della droga.

Per finire, concedimi di farti un ultimo esempio concreto, e una proposta. Fra un poco ci saranno le elezioni, e quello della scheda elettorale è uno degli spazi che vi ho detto perché chi vota ne è lui il protagonista. So che di voi giovani ce n'è parecchi che non vogliono votare: è un errore, perché se non lo fate perdete un'ottima occasione per affermare la vostra personalità insieme ai vostri più autentici interessi.
"Si, votare, ma per chi?" direte voi. La risposta è molto semplice: votate quel partito che è più vicino alle vostre reali necessità, che è più attento allo spazio che vi serve per uscire dal disagio giovanile. Farvi ottenere questo spazio significa insegnare a noialtri genitori come farvi crescere più autonomi e flessibili, come migliorare il vecchio modello di comunicazione educativa famigliare che oggi non va più bene e va cambiato.
A questo punto il problema da risolvere è quello di far sapere queste cose a dispetto di chi non vuol parlarne, perché nessuno di chi ha il compito di farlo trova mai il coraggio di criticare la famiglia.
La consegna di una proposta educativa ai genitori è un'impresa assai difficile. La dovrebbe fare l'autorità sociale: ma per attivare l'istituzione sembra che debbano prima intervenire i partiti politici, e nessuno di loro ha ancora mostrato di volerlo fare. Dunque bisogna stimolare di più i partiti, ed è proprio questa la funzione di chi va a votare.

Questo è lavoro per te ed i tuoi amici, caro il mio ragazzo. Guardando verso un Progetto-Obiettivo adottato dall'Istituzione e mirato a consegnare ai genitori le conoscenze adatte a migliorare l'attuale modello famigliare di comunicazione educativa verso lo sviluppo della flessibilità e dell'autonomia nei figli, per smuovere i partiti basterà che voi giovani diate il vostro voto a quello che avrà saputo farsi promotore di un'iniziativa che vi riguarda tanto da vicino: la proposta di un nuovo modello educativo che eviti a voi figli il disagio giovanile, e avvii così finalmente a soluzione il dramma della trasgressione e della droga.

Buona fortuna, Pietro.

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Antonio Rossin
Neurologo - Medico di base
45010, Ca' Vendramin (RO)
Italia
www.flexible-learning.org

Ultimo Aggiornamento: 17/06/03