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Sommario:
Ogni crisi culturale
denuncia uno stato di necessità sociale, quella di compiere un passo evolutivo,
cioè un cambiamento nei comportamenti adattativi. Ogni cambiamento comportamentale
richiede sempre e comunque nella gente l'identica condizione operativa: maggiore
flessibilità.
La flessibilità è una caratteristica della personalità dell'uomo che vede
la sua origine nel modello famigliare educativo. Possiamo distinguere due
varianti di tali modelli: uno, quello tradizionale, si basa sul "principio
di non-contraddizione" nel rapporto di linguaggio tra i due genitori e forma
nei figli una personalità rigidamente dipendente dal consenso della leadership
famigliare. Il secondo è aperto alla critica e al confronto nei dialoghi famigliari
- ciò che introduce il concetto di "linguaggio negativo" nella comunicazione
- e forma figli più autonomi e flessibili. La differenza è sostanziale, perché
chi possiede una personalità rigida psicodipendente è maggiormente chiuso
alle novità della cultura e della scienza, alla comunicazione, e senza un
forte leader cade in quella crisi esistenziale che noi ora chiamiamo "shock
culturale". Chi viceversa possiede una personalità autonoma flessibile,
ha maggiori attitudini a mettere in atto comportamenti di partecipazione consapevole,
aperti al confronto nella comunicazione, e in tempo di crisi saprà partecipare
attivamente al progresso collettivo.
Così, se vogliamo superare l'attuale crisi adattativa, dobbiamo sviluppare
maggiore flessibilità nella gente. Chi oggi vuole fare informazione culturale
e scientifica alla gente, deve considerare che il valore del messaggio è una
funzione più della flessibilità di chi ascolta che del potere di chi parla.
Così oggi è tempo di far diventare la flessibilità oggetto di educazione sociale.
Ciò significa insegnare a tutti i genitori come dotare i propri figli di maggior
flessibilità, come effetto di un preciso modello di comunicazione famigliare
educativa. Va da sé che tali genitori saranno anche maggiormente flessibili
nei loro rapporti sociali sovrafamigliari.
La
flessibilità dell'uomo, come ogni altro carattere della personalità umana,
dipende in qualche misura da fattori genetici, quindi congeniti. Nella sua
formazione influiscono però anche alcuni fattori culturali di grande rilevanza
per la formazione della personalità della gente, potendo influenzare l'impronta
rigida e conservativa oppure flessibile creativa nello sviluppo della struttura
cerebrale del giovane individuo, ed è a questi ultimi che deve essere rivolta
l'attenzione degli operatori in campo psicologico. Questi fattori agiscono
con un meccanismo di pressione ambientale là dove l'ambiente è dato dal sistema
dei rapporti di comunicazione famigliare, e così essi caratterizzano i modelli
educativi famigliari. La loro esatta conoscenza apre alla famiglia - a ciascuno
di noi - quello spazio effettivo di lavoro educativo del quale abbiamo bisogno
per migliorare la flessibilità della gente.
Consideriamo
pertanto i primi rapporti di linguaggio come ambiente formativo famigliare
che può far emergere oppure reprimere la flessibilità nei figli. E' dunque
possibile distinguere due modelli educativi, che riconducono alla struttura
generale dei rapporti di comunicazione. I ruoli e le funzioni di tale struttura
sono illustrati nella figura 1 alla pagina seguente.
La struttura de rapporti di linguaggio, così come quella di ogni altro rapporto
di comunicazione umana, prevede dei ruoli, dei rapporti che legano questi
ruoli, e delle funzioni di questi ruoli e di questi rapporti in riferimento
alla natura di quanto viene trasmesso nel rapporto di comunicazione famigliare.
Questa struttura, questi rapporti e questi ruoli sono schematizzati nel diagramma
di fig. 1.
Tale
diagramma apre a quattro considerazioni:
I°
Se ci deve essere comunicazione tra due ruoli, il loro deve essere un rapporto
verticale DARE/AVERE, e il valore che passa è il Consenso, altrimenti
tra di essi non può esistere alcun rapporto.
II°
Se in un contesto di linguaggio sono presenti due parlanti, uno nel ruolo
(2) e l'altro nel ruolo (1), tra loro non può esservi alcun
consenso sostanziale. Il loro è un rapporto orizzontale, nel quale il ruolo
(2) parla un linguaggio positivo (+), mentre il partner dialettico
(1) in rapporto al primo, o comunque in rapporto a quanto è già stato
detto in quel contesto culturale, parla un linguaggio "negativo"
(-).
III°
I due parlanti (2) e (1) - poiché entrambi propongono un loro
messaggio - appartengono entrambi al ruolo DARE. Nessuno di loro è
nel ruolo di AVERE, di accettare messaggi o di dare consenso rispetto
all'altro. Perché in un simile contesto possa esistere una comunicazione,
deve essere presente una terza persona che occupi il ruolo AVERE.
IV°
In quest'ultimo caso, se il terzo che ascolta possiede una personalità flessibile
(4), si troverà nella fortunata condizione di poter scegliere la propria
linea tra quella proposta da (1) e quella da (2). Se invece
questa terza persona possiede una personalità rigida dipendente, senza un
leader certo da cui dipendere è destinata a cadere in una crisi esistenziale.
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Fig.1: Funzioni
e Ruoli dei Rapporti di Linguaggio

L'uso
del linguaggio corrente riconosce 4 funzioni:
a - DARE
b - AVERE
c - Consenso ( + ) relativamente a ciò che è già noto
- o già detto - in quel contesto di cultura collettiva;
d - Critica o Confronto ( - ) relativi al precedente
ruolo del Consenso.
I possibili ruoli di chi prende parte in un rapporto di linguaggio sono:
1
- Uso del linguaggio per DARE nella Critica;
2 - o per DARE nel Consenso;
3 - o per AVERE nel Consenso;
4 - o per AVERE nella Critica.
= Chi parla
può produrre un messaggio critico (1) o consensuale (2) riguardo
a ciò che è già stato detto, o che è già noto, nella collettività.
= Chi riceve il messaggio può essere rigidamente dipendente (3),
oppure flessibile e capace di scelte critiche (4), riguardo ciò che
riceve dal ruolo di chi parla (DARE). =
Il ruolo (4) richiede la presenza di almeno due parlanti (1 +
2) nel ruolo DARE perché sia possibile il confronto critico e
la successiva scelta.
(Il ruolo O nel diagramma non è stato considerato).
Ora abbiamo a
disposizione sufficienti elementi per mettere in luce la struttura dei modelli
educativi famigliari.
Questa struttura logica, poiché si basa sui rapporti di comunicazione, è sostanzialmente
sovrapponibile alla struttura dei rapporti di linguaggio, come possiamo vedere
nella figura 2 alla pagina seguente.
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Fig. 2: Struttura
dei Rapporti di Comunicazione Famigliare

La
Famiglia è un rapporto assistenza/dipendenza tra il DARE e l'AVERE,
sull'asse oggettivo del diagramma di Fig. 2.
I genitori FP, FM, essendo coloro che assistono, occupano
entrambi il ruolo DARE. Il figlio FF, essendo colui che dipende,
occupa il ruolo AVERE.
Il rapporto DARE/AVERE è sempre verticale.
L'asse oggettivo in questo caso è formato dal rapporto assistenza/
dipendenza della Famiglia, in cui il figlio FF domanda (AVERE)
valori famigliari, cibo e conoscenze inclusi, dai genitori FP e FM,
i quali rispondono congiuntamente e danno i valori famigliari (DARE)
a FF.
L'asse soggettivo è formato dal rapporto orizzontale tra le eventuali
differenze soggettive di ciascuno dei due genitori.
Il rapporto di linguaggio tra i due genitori può mostrare (DARE)
al figlio o il confronto (critica) delle eventuali differenze di
opinione tra i due genitori, o nessuna differenza (consenso). Nel
primo caso (critica) il rapporto tra i genitori è orizzontale, nel
secondo caso (consenso) è verticale.
La differenza
e la possibile scelta tra due modelli educativi famigliari riguarda la funzione
o di Consenso o di Critica tra i due genitori nel ruolo DARE
della gestione famigliare, qualora ovviamente tali due funzioni dialettiche
siano entrambe presenti. Non è questo il caso illustrato nello schema di cui
alla successiva figura 3:
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Fig.3: Modello
Educativo Famigliare "Prassi Soggettiva"

Nel modello
di comunicazione di Fig. 3 la domanda di consenso nei dialoghi famigliari
è forte e imperativa. Ciascun membro della famiglia è tenuto a dare il
proprio consenso al genitore dominante. Il rapporto tra i genitori FP/FM
e quello tra i due genitori e il figlio (FP+FM)/FF possono essere
solo consensuali, quindi verticali. In questo caso la prassi famigliare
è attivata da una domanda dei genitori, dal ruolo soggettivo FP+FM
al ruolo oggettivo FF.
I valori famigliari dati a FF sono resi imperativi perché rafforzati
dal consenso congiunto della leadership FP+FM, e non consentono
scelte. Il valore educativo che passa in questo rapporto è solo il Consenso,
e il rapporto assistenza/dipendenza è attivato su domanda di chi assiste.
Il figlio FF è obbligato a DARE il proprio consenso per
salvare il proprio rapporto con la famiglia, in cui è totalmente dipendente.
Questo tipo di pressione ambientale condiziona FF a ricercare nel
proprio ambiente solo i simboli del Consenso della leadership sociale.
Quindi FF vorrà possedere e consumare ogni oggetto presente nel
suo ambiente sociale e naturale che gli simboleggi la leadership sociale
al cui consenso è stato condizionato.
Lo schema di
Fig. 3 mostra il primo e più antico di questi modelli, quello caratterizzato
da una forte e rigida domanda di consenso nei rapporti famigliari.
Questa variante di modello di comunicazione famigliare può chiamarsi Prassi
Soggettiva perché parte da una domanda di FP o FM sull'asse soggettivo
e, poiché questa domanda parte dai genitori, si basa dunque sul principio
di autorità. Tale struttura di comunicazione famigliare concede al figlio
FF la sola linea comportamentale su cui converge il consenso congiunto di
entrambi i genitori. Questa linea gli viene indicata come l'unica esatta dal
consenso congiunto di entrambi i genitori, e non sono ammessi comportamenti
autonomi indipendenti.
Secondo il modello di comunicazione famigliare "Prassi Soggettiva"
il figlio è condizionato a comportarsi imparando a riconoscere e ad ubbidire
la sola linea comportamentale sui cui converge il consenso dell'autorità famigliare.
Successivamente, nei rapporti sociali extra famigliari, il figlio così condizionatorifiuterà
qualsiasi altra variante logica, anche se dotata di maggior aderenza alla
realtà, se l'avrà identificherà come errata in quanto esterna al consenso
famigliare. Questo giovane imparerà a comportarsi seguendo il consenso della
leadership sociale come l'unica linea comportamentale esatta e positiva, ed
ignorerà e rifiuterà qualsiasi possibilità di apprendimento per errori e correzione
di errori.
La successiva
Figura 4 descrive il secondo dei modelli di comunicazione famigliare teoricamente
ammissibili, che può chiamarsi "Prassi Oggettiva" perché il rapporto
di comunicazione famigliare è attivato dalla domanda del figlio FF sull'asse
oggettivo.
Si intende infatti che la prassi famigliare è comunque attivata da una domanda.
Questa sarà soggettiva se parte dai genitori, i "soggetti" della prassi famigliare.
Sarà "oggettiva" se parte dal figlio, "oggetto" della prassi medesima.
Il tipo di modello famigliare mostrato nelle successive Figure 4 e 5 non prevede
dunque alcuna rigida domanda di consenso nei rapporti di comunicazione famigliare.
Non vi sarà quindi alcun tipo di pressione ambientale destinata a condizionare
il figlio ad osservare al principio di autorità per impostare le sue procedure
di giudizio e di comportamento. Seguendo questo modello ciascun genitore espone
la propria opinione nella dialettica dei dialoghi famigliari ai fini educativi,
aprendo così al figlio uno spazio reale in cui una sua scelta diventa possibile.
In questo spazio reale il giovane imparerà ad impostare le sue linee di giudizio
e di comportamento senza essere obbligato a seguire rigidamente il principio
di autorità, ma mettendo in atto un metodo flessibile di apprendimento per
errori e correzione di errori, l'unico metodo scientificamente esatto che
può consentire le maggiori possibilità adattative.
La differenza mostrata tra i modelli educativi "Prassi soggettiva" (fig. 3)
e "Prassi oggettiva" (figg. 4 e 5) è esattamente la stessa.
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Fig. 4: modello
educativo famigliare "Prassi Oggettiva"

Nella
"Prassi Oggettiva"' è evitata ogni tassativa domanda di consenso nei dialoghi
famigliari. Ciascun membro della famiglia partecipa con le proprie affermazioni
alla dialettica famigliare. Il rapporto tra i due genitori FP+FM
è impostato sul confronto reciproco. Le informazioni che passano al figlio
sono quindi due, nella cui dialettica FF può fare la propria scelta
consapevole e responsabile. Non essendovi domanda di consenso da parte dei
genitori, questa prassi famigliare è attivata dalla domanda del figlio.
Il valore trasmesso in questa prassi famigliare è quello reale delle cose,
e il rapporto assistenza/dipendenza su cui si basa la struttura famigliare
è attivato dalla domanda consapevole del figlio, di colui che dipende.
Il figlio FF può in questo caso mantenere il proprio rapporto con
la famiglia, in cui è naturalmente dipendente) senza necessità di consenso
obbligato all'autorità famigliare. Non vi sarà in questo caso alcuna pressione
ambientale che condiziona FF a dipendere dai simboli del consenso
della leadership famigliare. Quindi FF potrà possedere e consumare
gli oggetti del suo ambiente solo per il loro reale valore d'uso.
Il modello di
comunicazione famigliare basato sul confronto nel dialogo tra i due genitori
introduce un problema nuovo, quello del "linguaggio negativo". Infatti, in
ogni prassi famigliare ciò che passa dai genitori al figlio è indubbiamente
un valore oggettivo. Quando però un genitore parla al figlio, il suo dire
non è mai quel valore oggettivo: è soltanto quel valore espresso in parole
positive. E se il secondo genitore discute dello stesso valore ed esprime
in qualche certa misura una differenza rispetto a quanto detto dal primo,
egli esprime lo stesso valore del primo ma in parole negative.
La funzione del
rapporto tra il linguaggio "positivo" di un genitore e quello "negativo" dell'altro
è illustrato nella successiva figura 5:
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Fig. 5: Comunicazione
Famigliare e Linguaggio Negativo

Sull'
Asse Oggettivo sono posti tutti i valori famigliari che passano dalla
leadership famigliare FP+FM (DARE) al figlio FF (AVERE).
L'Asse Oggettivo è dato dal rapporto di dialogo tra i genitori FP
+ FM.
Quando un genitore (FP) esprime un valore, ciò significa che egli
ha espresso quel valore in linguaggio positivo (+). Se il secondo
genitore (FM) esprime un'opinione diversa da quella del primo, ciò
significa che ha espresso lo stesso valore di FP però usando relativamente
al primo un linguaggio negativo (-).
L'angolo alfa è dato dalla differenza di opinione e dal confronto
tra i due genitori FP (+) e FM (-), nel loro
rapporto soggettivo e dialettico. L'angolo alfa apre a disposizione
di FF uno spazio reale dove il figlio potrà sperimentare ed apprendere
comportamenti autonomi e flessibili.
Il rapporto di comunicazione famigliare non inizia in questo caso dalla
domanda congiunta di consenso dell'autorità famigliare verso FF,
ma da una domanda necessariamente consapevole del figlio, dal ruolo oggettivo
FF verso il ruolo soggettivo FP+FM.
Ciò che intendo
affermare è che se un genitore parla e dice qualcosa, egli semplicemente esprime
quella tal cosa in linguaggio positivo; e se l'altro genitore parla in qualche
misura differentemente a proposito della medesima cosa, egli sta parlando
di quella stessa cosa e in quella stessa misura ma - rispetto al primo - in
linguaggio negativo. Tale differenza, se appena percettibile, aprirà per il
figlio una divergenza alfa tra il linguaggio positivo del primo genitore
e il linguaggio negativo del secondo (fig. 5).
L'apertura di questa divergenza costituirà uno spazio protetto, perché interno
alla struttura famigliare, in cui il figlio FF potrà apprendere per
errori e correzione di errori, mettendo in atto le espressioni della sua autonomia
e della sua creatività.
Il modello educativo
"Prassi Oggettiva" sembra essere dunque quello più in linea con le finalità
della Scienza. Ciò vuol dire che gli studiosi ne dovrebbero discutere: ma
ciò vuol anche dire accettare consapevolmente il concetto di "Linguaggio negativo".
Adottare questa convenzione semantica nella prassi della comunicazione umana
ai fini educativi significa che nel nostro modello di comunicazione famigliare
noi siamo tenuti ad usare il linguaggio verbale allo stesso modo in cui gli
Arabi hanno usato il linguaggio dell'aritmetica quando - duemila anni fa o
giù di lì - hanno scoperto i numeri negativi, aprendo così una strada maestra
al progresso della cultura e della scienza.
Infatti una cosa
è parlare di Scienza, delle leggi che regolano il mondo della natura: questi
discorsi richiedono un severo linguaggio positivo che gli scienziati sanno
fare con grande autorevolezza. Questo linguaggio positivo ed autorevole però
va bene specialmente nei libri e nei dialoghi tra scienziati: altra cosa è
infatti parlare alla gente comune, e soprattutto ai nostri figli, per formare
in loro una mentalità più consapevole e flessibile e prepararli così alla
società di domani. Molti scienziati dovrebbero infatti considerare che quando
essi parlano, anche se stanno dicendo una verità assoluta, il loro linguaggio
non è la stessa verità che si è materializzata nelle loro parole: essi stanno
soltanto esponendo quella "verità" in linguaggio positivo
dove il relativo negativo è altrettanto necessario a consentire la
riflessione della verifica scientifica, quindi conoscenza e flessibilità,
alla gente.
Allo stesso modo, molti oratori dovrebbero considerare con maggior attenzione
che l'efficacia della comunicazione non è solo funzione di chi parla ma anche
e soprattutto di chi ascolta, e che il valore della comunicazione è funzione
più della flessibilità di chi ascolta che dell'autorità dell'oratore.
D'altra parte,
la Scienza sembra rifiutare di per sé quel "Principio di Autorità" - detto
altrove "Principio di non-contraddizione" - che è inevitabilmente legato a
un uso solo "positivo" del linguaggio. La Scienza procede sempre per errori
e correzione di errori, non di autorità, e le sue affermazioni devono sempre
essere contraddette, quindi tradotte in linguaggio negativo, perché essa possa
continuare il suo procedere.
La nuova convenzione semantica relativa a un uso anche "negativo"
del linguaggio deve però iniziare dal primo luogo in cui il linguaggio educativo
inizia a costruire la flessibilità nei figli.
Questo punto di partenza è il modello educativo famigliare, in cui ogni genitore
è chiamato a fare un uso appropriato e consapevole dello strumento educativo
primario, la comunicazione, verso uno sviluppo razionale della flessibilità
nell'uomo di domani:
" .. perché
- in un mondo che cambia sempre più in fretta -
non è importante iniziare il cammino dalla parte del piede giusto,
dalla parte positiva più che da quella negativa delle parole.
La cosa migliore è essere flessibili lungo la strada."
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Antonio Rossin
Neurologo - Medico di base
45010, Ca' Vendramin (RO)
Italia
www.flexible-learning.org
Ultimo
Aggiornamento: 17/06/03
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