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Sommario (a cura di Jan Slakov, 1997)

Il modo in cui i genitori usano il linguaggio con i loro figli ha un preciso impatto su come i figli sviluppano la loro autonomia di pensiero. In particolare, se vogliamo sviluppare la loro attitudine al pensiero critico, all'autostima e alla Flessibilità dobbiamo imparare ad usare il "linguaggio negativo".

Il concetto di linguaggio negativo deve essere considerato in opposizione al "Principio di Non-contraddizione", o linguaggio positivo. Secondo tale principio, se un genitore dice qualcosa al figlio l'altro genitore (o chi per esso) è tenuto ad acconsentire. In questo modo i bambini vengono abituati a seguire chi raffigura l'autorità, anziché interrogarsi sui messaggi ricevuti e pensare da se stessi, ciò che potrebbe essere ancora accettabile in un mondo statico: ma il mondo in cui viviamo è in continuo cambiamento e la gente ha bisogno di sviluppare la Flessibilità - il "Think different" - per potersi adattare ai cambiamenti.

Per converso, se un genitore fa un'affermazione ("verità positiva") e l'altro genitore esprime un'opinione contrastante ("verità negativa"), cioè parla linguaggio negativo, il bambino deve affrontare un dilemma. Per superare tale dilemma, se le affermazioni dei genitori sono ben bilanciate, il bambino è obbligato ad usare e sviluppare le sue capacità di Pensiero Critico, di autonomia e di autostima: la Flessibilità.

E se qualcuno obiettasse: "Ma i bambini hanno bisogno di linguaggio "positivo" per imparare le verità necessarie alla loro sopravvivenza!"
io gli risponderei: "No, caro signore. Quelle verità vanno insegnate con l'esempio, non con le parole! Tu non puoi pretendere che tuo figlio segua le tue parole indipendentemente da come tu agisci, anche se le tue azioni non sono in contraddizione con le tue parole"…
(…e se volesse saperne di più, lo manderei a www.flexible-learning.org )

Fare ricerca educativa verso lo sviluppo della creatività nelle nuove generazioni, oggi significa cercare il modo di dare ai giovani gli stimoli adatti a sviluppare la creatività che già possiedono, e spazi e mezzi adatti a realizzarla. Un simile approccio al problema, che può apparire scontato anche se per certi versi avveniristico, diventa però riduttivo se accanto alla possibilità di un incremento qualitativo del potenziale creativo già esistente non si valuti anche la possibilità di ottenere un aumento in percentuale degli individui creativi nella nostra società, per poterne avere a disposizione in numero maggiore nella necessità di far fronte alle maggiori e più complesse esigenze evolutive del prossimo futuro, in alternativa ad ogni fondamentalismo.

Nella nostra società esistono infatti individui che possiedono una personalità rigida dipendente e conservatrice accanto ad altri che possiedono invece una personalità autonoma flessibile e creativa, con una certa prevalenza a quanto sembra dei primi sui secondi. Incrementare quantitativamente la creatività significa pertanto orientare la formazione educativa dell'individuo verso lo sviluppo dell'indipendenza psicologica, dell'autonomia e della flessibilità, in modo da sviluppare nelle future generazioni i caratteri psicologici che più si accordano appunto con la creatività.

E' pur vero che questi caratteri della personalità ammettono per lo più un'origine genetica: il loro sviluppo sembra tuttavia dipendere in buona misura anche dalle abitudini culturali che regolano i rapporti di comunicazione, soprattutto quando questi operano con un meccanismo di pressione ambientale nell'epoca in cui inizia a strutturarsi la personalità del giovane individuo, e cioè nella famiglia. Questi fattori culturali richiedono senz'altro l'attenzione di chi si occupa di comunicazione educativa. Volendo offrire un contributo in questo senso, intendo indicare all'attenzione collettiva il nesso di causalità tra l'uso del linguaggio nella comunicazione informativa e la formazione della personalità. Inizierò la mia analisi descrivendo alcuni aspetti generali del comune scenario dei rapporti di comunicazione.

In una prassi di linguaggio che vede il suo "soggetto" in chi produce il messaggio e il suo "oggetto" in chi lo riceve, chi fa comunemente informazione sembra avere essenzialmente lo scopo di ottenere il consenso e la fiducia da parte dell'oggetto della comunicazione al quale ha rivolto il suo messaggio. Inoltre il soggetto parlante può presentare il suo messaggio secondo due diverse varianti, che dipendono dalla maggiore o minore aderenza del suo messaggio - e di se stesso - alla realtà oggettiva. Ed ancora, chi fa informazione può rivolgersi a persone dotate di una personalità autonoma, critica e flessibile, oppure a persone che possiedono una personalità rigida psicodipendente e conservatrice, fondamentalista. Infine, va considerato un potere di convincimento, che può dipendere sia dal contenuto di "verità" e cioè dall'aderenza alla realtà posseduta dal messaggio, sia dalla credulità di chi ascolta: in quest'ultimo caso in modo del tutto indipendente dall'aderenza del messaggio stesso alla realtà.

Il problema del rapporto tra il "contenuto di verità" di un messaggio e il suo potere di convincimento assume notevole importanza qualora tale contenuto si pone come diverso, o comunque come una novità, rispetto a quanto detto in precedenza nel contesto della pubblica informazione e quindi già appartiene alla cultura collettiva. Nel concreto, questo problema del rapporto tra verità e convincimento diventa particolarmente evidente quando si ha a che fare con messaggi che possiedono un forte contenuto creativo, e sono diretti quindi a modificare in qualche misura il contesto collettivo. Emerge infatti dall'esperienza comune che se il destinatario di un messaggio possiede una mentalità rigidamente dipendente dai suoi leaders tradizionali, è altrettanto rigidamente chiuso ad ogni proposta di rinnovamento; ma se viceversa è dotato di una personalità autonoma e flessibile, sarà in altrettanta misura permeabile alla novità contenuta nel messaggio.

La moderna ricerca educativa diventa quindi una ricerca di come migliorare la comunicazione informativa non tanto quando è indirizzata a gente autonoma, critica e flessibile, ma soprattutto quando ci si rivolge a gente psicodipendente rigida e conservatrice. Conseguentemente vanno considerate due differenti funzioni di ogni rapporto di comunicazione. La prima funzione è data dal contenuto di "verità", o meglio, di aderenza alla realtà, posseduta dal messaggio; la seconda funzione, sempre insita in ogni atto di linguaggio, concerne la possibilità di sviluppare la personalità più adatta in chi riceve il messaggio. Questa mentalità più adatta dovrebbe appunto consentire una partecipazione sociale critica, consapevole e creativa, compatibilmente quindi con la personalità autonoma e flessibile.
Ho avuto modo di sviluppare la relazione tra "verità" e libertà di convincimento e di pensiero scrivendo una volta a un amico che stava tentando l'avventura elettorale:

Se nei rapporti di comunicazione la "verità" contenuta in un messaggio è funzione dell'aderenza del messaggio stesso alla realtà che si intende descrivere, tuttavia tale aderenza non risulta essere di per sé determinante ai fini persuasivi. Tale fenomeno diventa particolarmente evidente qualora il messaggio in questione riguardi proposte la cui aderenza alla realtà oggettiva non sia immediatamente verificabile nel tempo breve, e sono queste soprattutto le proposte di ordine politico e sociale.
Nei rapporti di comunicazione umana, i meccanismi che regolano i processi di convincimento sono essenzialmente due: l'effetto demagogico presente nel contesto, e l'attitudine a riflettere eventualmente presente nel destinatario del messaggio. L'effetto demagogico di un messaggio risponde a una precisa esigenza di dipendenza psicologica che caratterizza il destinatario dell'informazione, ed è quindi una funzione della credulità di quest'ultimo; tale effetto è per sua natura indipendente - almeno nel tempo breve - dall'aderenza del messaggio alla realtà oggettiva. L'attitudine a riflettere caratterizza invece l'individuo capace di verificare ogni informazione che riceve, soprattutto la propaganda elettorale, in una logica di confronto con l'ipotesi contraria ed è quindi capace di mettere in atto meccanismi autonomi di critica e di scelta.
A questo punto diventa possibile evidenziare 4 varianti logiche nella comunicazione di un messaggio:

Legenda

+ = aderenza positiva alla realtà, "verità"
- = aderenza negativa alla realtà, "non-verità"
I = domanda demagogica
II = capacità critica

(N.B.: il verso della freccia indica la direzione della prassi di comunicazione, in un rapporto dare/avere)

+/I L'enunciato è una "verità positiva" in quanto aderente alla realtà. Il potere di convincimento del messaggio è funzione della domanda demagogica che è caratteristica propria del suo destinatario, ed è questa la prima variante.

-/I Nella la seconda variante, l'enunciato è una "verità negativa" in quanto non aderente alla realtà. Il potere di convincimento del messaggio è comunque assicurato, in quanto il rapporto di comunicazione avviene in un contesto demagogico come da specifica esigenza del destinatario.

+/II Nella terza variante, il destinatario del messaggio confronta criticamente l'enunciato (+) con l'ipotesi contraria (-) attuando un processo autonomo di riflessione critica tendente a scegliere la proposizione di maggior aderenza alla realtà oggettiva.

-/II Nella quarta variante, il destinatario del messaggio confronta criticamente l'enunciato (-) con l'ipotesi contraria (+) attuando un processo autonomo di riflessione critica tendente a scegliere la proposizione di maggior aderenza alla realtà oggettiva.

Quindi, nell'ipotesi di dover affrontare un'informazione tendente a produrre un cambiamento nell'assetto del sistema sociale, è necessario a questo punto definire la variante più opportuna:

a - Si intende rinnovare l'informazione esistente nel sistema, nell'ipotesi che il contenuto di "verità" attualmente presente nel contesto politico sia diventato insufficiente, e attuare così un passaggio da (-) verso (+)? In questo caso sembrerebbe utile avvalersi della prima variante comunicativa +/I, per attuare così un messaggio più immediatamente convincente. A mio parere, l'effetto sociale di un simile rinnovamento sarebbe però destinato a conservare e consolidare il rapporto demagogico di comunicazione, anziché sviluppare la consapevolezza e la capacità critica nel destinatario del messaggio. Chi appoggia l'informazione sulla dipendenza psicologica di chi ascolta continuerebbe infatti a condizionare il suo ascoltatore su posizioni di scarsa flessibilità, e finirebbe così per limitare nella collettività la possibilità di affrancarsi dal demagogo di turno qualora l'enunciato di quest'ultimo dovesse aver perso l'aderenza oggettiva alla realtà.

b - Si intende invece rinnovare l'attuale tipo di approccio all'informazione, e i relativi meccanismi di persuasione, nella considerazione che il rapporto demagogico che attualmente sembra pervadere la gran parte dello scenario sociale possa essere divenuto incongruo, e attuare così un passaggio da I verso II? Ciò vuol dire appoggiare l'informazione sulla capacità critica e sull'attitudine a riflettere dell'ascoltatore. Ma allora, in questo caso, dire la "verità" oppure il suo contrario non è più rilevante, e diventa illogico fare esclusivo affidamento sulla rigida aderenza alla realtà del messaggio che si intende comunicare ai fini del convincimento collettivo su posizioni di maggior aderenza alla realtà. Il contenuto di "verità" presente nel messaggio diventa infatti ininfluente, poiché sia la comunicazione di una verità "positiva" rispetto alla realtà (terza variante +/II) che quella "negativa" rispetto alla realtà medesima (quarta variante -/II), consentono al destinatario del messaggio, se possiede una struttura mentale autonoma e flessibile, un identico momento di riflessione +/- oppure -/+ , entrambi destinati a portarlo su identiche autonome posizioni di aderenza alla realtà oggettiva.

Qualora invece chi riceve l'informazione fosse dotato di scarsa attitudine alla riflessione, sembrerebbe d'altra parte ugualmente opportuno che nello scenario della comunicazione fossero presenti entrambe le varianti di codificazione della realtà, sia quella"positiva" (+) che quella "negativa" (-), entrambe reciprocamente necessarie onde consentire al destinatario del messaggio un processo logico di riflessione e di scelta verso la condizione di maggior aderenza alla realtà oggettiva. Di qui l'indicazione a considerare la funzione formativa, culturale, di un uso anche "negativo" del linguaggio, a fini di sviluppare la critica e l'attitudine a riflettere nell'ascoltatore.
Come ultima considerazione, desidero infine far notare che la presente analisi dei rapporti di comunicazione attribuisce di fatto la responsabilità oggettiva dell'informazione a chi riceve il messaggio, e non invece a colui che lo produce. Verosimilmente quest'ultimo concetto dev'essere stato ben chiaro al Legislatore quando ha abolito il reato di plagio...

Al di là di ogni valutazione logica, di fronte ad un simile assunto ciascuno di noi si sentirà probabilmente portato a dissentire, almeno di primo acchito, affezionati come siamo al concetto di verità che ciascuno di noi è legittimamente convinto di possedere e che intendiamo si possa esprimere esclusivamente usando un linguaggio positivo. Anche se epistemologicamente il concetto di verità è di per sé sempre discutibile, è utile però rimarcare che l'ipotesi relativa a un uso anche negativo del linguaggio intende riferirsi ovviamente a quel livello logico di comunicazione in cui è prevista una partecipazione consapevole del destinatario dell'informazione. Ciò dovrebbe costituire la regola quando il destinatario del messaggio è lo stesso soggetto sociale: quando invece non è richiesta alcuna partecipazione attiva e consapevole da parte di quest'ultimo, come avviene quando l'informazione verte su oggetti inanimati in quello che la Teoria dei Tipi Logici chiama "livello del linguaggio-oggetto", il discorso richiede ovviamente una connotazione più rigorosamente scientifica. Comunque, senza voler ulteriormente approfondire l'epistemologia della comunicazione - ma restando sempre in tema di convincimenti - chiunque intende fare informazione sociale si trova a questo punto e in ogni caso di fronte a due possibilità: rifiutare l'assunto proposto, oppure condividerlo e farlo proprio.

In ordine alla prima di tali possibilità, desidero senz'altro far notare che se chi produce un messaggio rifiuta di considerare l'opportunità di una promozione culturale della personalità di chi ascolta da I verso II, e intende ugualmente fare informazione, cade evidentemente nella variante +/I, quella cioè che privilegia lo scenario demagogico. In tale scenario però chiunque intendesse fare dell'informazione veramente innovativa avrebbe ben poche probabilità di successo contro i demagoghi già operanti sulla scena della pubblica informazione, assai più abili e allenati nel far leva sul disimpegno delle deleghe e sulla suggestione di facili obiettivi edonistici anziché sulla responsabilità consapevole delle masse e quindi su una certa misura di sacrificio da parte di queste ultime. Così, se un operatore culturale volesse porsi il nobile obiettivo di accrescere il potenziale creativo nella gente, si troverebbe necessariamente in concorrenza con chi, nello stesso scenario di informazione, usa la propria abilità nel fare informazione con meno nobili e più immediate finalità di convincimento.

Esiste però un altro interessante contesto di comunicazione che va utilmente preso in considerazione da chi volesse indirizzare l'informazione ad ottenere il massimo sviluppo della partecipazione critica, attiva e responsabile in chi ascolta. Questo contesto è la Famiglia, soprattutto in quella precisa età di sviluppo del cervello del bambino in cui la sua struttura neuropsichica inizia a consolidarsi verso quello che sarà il suo assestamento definitivo. In questo contesto di comunicazione educativa, un uso appropriato del linguaggio può ottenere i massimi risultati nella formazione della flessibilità nei figli. Questa necessità apre al problema del "Linguaggio negativo".
Abbiamo infatti considerato che dire la verità usando un linguaggio "positivo", oppure dirla usando un linguaggio "negativo" - purché in condizioni ottimali di ascolto - è sostanzialmente la stessa identica cosa. Le condizioni ottimali di ascolto sono date ovviamente dalla presenza nell'ascoltatore di una struttura mentale flessibile, adatta al pensiero riflessivo ed al confronto, al convincimento autonomo ed alla scelta responsabile. Questa struttura mentale flessibile è caratterizzata dal miglior equilibrio, e dalle migliori connessioni, tra i circuiti cerebrali più rigidi, sede delle memorie conservative e quindi del pensiero "positivo", e i circuiti logici simulativi che possono quindi essere considerati la sede del pensiero "negativo".
A sua volta, la possibilità di ottenere questa struttura mentale maggiormente equilibrata è legata all'adozione da parte dei genitori di un modello appropriato di comunicazione famigliare educativa, la "prassi oggettiva", caratterizzata dal confronto dialettico e simmetrico nel rapporto di linguaggio tra il "positivo" di un genitore e il "negativo" dell'altro. Successivamente, nel più ampio contesto collettivo della comunicazione umana, lo stesso uso consapevole del linguaggio negativo accanto a quello positivo sembra poter sviluppare ulteriormente la consapevolezza e la flessibilità della gente.

E poi, cos'altro non è mai la creatività se non il ricorrere al proprio cervello per ricavarne pensiero e linguaggio negativi? Perché, alle soglie degli anni 2000, in un mondo che cambia sempre più in fretta, non è più così importante iniziare il cammino partendo dalla parte del piede giusto, dal lato positivo più che da quello negativo delle parole:

la cosa migliore è essere flessibili lungo la strada.

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Antonio Rossin
Neurologo - Medico di base
45010, Ca' Vendramin (RO)
Italia
www.flexible-learning.org

Ultimo Aggiornamento: 17/06/03