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Comunicazione di A. Rossin al 35° Congresso Int.le di Storia della Medicina - IHFK - Fondazione Internazionale Ippocratica di Kos, Isola di Kos, Grecia, Settembre 1996

Sommario

2500 anni fa Ippocrate insegnava che nel rapporto medico/malato bisogna aver cura anche di ogni altro rapporto di comunicazione del malato col suo intorno. Antonio Rossin analizza la comunicazione umana non solo come funzione del potere di chi parla, ma anche e soprattutto della capacità critica e della flessibilità mentale di chi ascolta. Da questa premessa, l'Autore apre al problema di un uso razionale dei rapporti di linguaggio nell'apprendimento formativo-educativo in quanto finalizzato a sviluppare nel giovane quella personalità autonoma critica e creativa, flessibile, il cui sviluppo è alla base della Prevenzione Primaria.
L'Autore analizza due tipi contrapposti di modello educativo famigliare che possono influenzare, con meccanismo di pressione ambientale, la formazione o della personalità rigida psicodipendente o di quella autonoma e flessibile nel bambino. La personalità autonoma e flessibile è quella notoriamente più resistente, tra l'altro, contro il pericolo di cadere nella tossicodipendenza da droga.
La novità della ricerca di Rossin sta nell'avere analizzato per la prima volta il rapporto tra uso del linguaggio, formazione della personalità e salute. Gli aspetti generali di tale problema sono esposti nella comunicazione "The Less Flexibility Syndrome" (Sindrome da Scarsa Flessibilità), presentata a Kos nel 1995 alla 9^ Conferenza della E.S.P.M.H. Successivamente Rossin ha sviluppato ulteriormente la ricerca portandola alla sua logica conclusione pratica, la presentazione di una proposta educativa. La proposta è stata recepita dal Comune di Taglio di Po e quindi lanciata come progetto pilota con il nome di "Progetto Obiettivo LFS - Conoscenza e contrasto alla Sindrome da Diminuita Flessibilità", intesa come intervento sociale di Prevenzione Primaria.

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"E' necessario per il medico non solo provvedere ai trattamenti necessari, ma anche provvedere per il paziente stesso e per quanti stanno accanto a lui, e provvedere per i suoi affari esterni", insegnava 2500 anni fa il Padre della moderna medicina scientifica: ed oggi, alle soglie dell'Anno 2000, la Scienza medica guarda alle interrelazioni tra conoscenza giudizio e azioni dell'uomo, e i modelli culturali prevalenti nella nostra società perché intimamente collegati con la cura della salute. Partendo da questo assunto, la mia ricerca segnala un campo nuovo nel quale fare riferimento e ricorso agli insegnamenti di Ippocrate. Specificamente, "provvedere per il paziente, per quelli accanto a lui e per i suoi affari esterni," significa cercare il modo generale in cui ogni persona può usare la sua autonomia di giudizio, entrare in relazione con quelli intorno a lui, e sbrigare i suoi "affari con l'esterno" nel modo più soddisfacente, e quindi più sano, possibile. Credo che questo modo generale sia la comunicazione umana, ed in primo luogo l'uso del linguaggio verbale. Chiaramente, concepisco l'uso del linguaggio in quanto comunicazione, particolarmente se non esclusivamente fatta di parole: di qui il titolo e la ragione di questo scritto.

Il punto di inizio della mia ricerca è pragmatico, in quanto concerne l'efficacia della comunicazione umana. La quale si intende efficace se è interattiva, e l'individuo coinvolto è libero e pienamente autoconsapevole nel suo parteciparvi, così da potervi trovare la propria soddisfazione intesa come autoconsapevolezza, autorassicurazione ed autodeterminazione. Una tale condizione prevede che l'ascoltatore possegga apertura mentale ed autonomia di giudizio selettivo, e non sia invece stato condizionato a quella succube dipendenza psichica dall'autorità dell'oratore che tanto spesso, se non ubbidita, può diventare una causa di stress e quindi una condizione di malattia.
In questo senso, perché il rapporto di comunicazione sia efficace e fonte di salute, le persone che vi sono coinvolte devono essere mentalmente aperte, flessibili, sia nelle loro azioni che nelle loro reazioni. Per il nostro scopo, possiamo dire specificamente flessibili sia nel loro domandare che nel loro rispondere, sia nel loro parlare che nel loro ascoltare. Con il termine "flessibile" intendo definire l'individuo che sa rapportarsi bene con le altre persone, che sa usare sia il linguaggio "parlato" che il linguaggio "ascoltato" con il massimo successo, che sa risolvere i propri "affari esterni" per il meglio. Un siffatto individuo è ovviamente più sano di uno destinato ad avere meno successo a causa di un suo uso rigido e mentalmente ristretto del linguaggio nei suoi rapporti di comunicazione umana. La stessa cosa si può evidentemente dire anche per quanto riguarda il rapporto medico/malato, pertanto l'incremento della apertura mentale e della flessibilità nella gente dovrebbe essere un tema principale nella cura della salute.

Nel campo generale della comunicazione umana questa differenza si riferisce alla struttura che produce il linguaggio, e non alle parole prodotte, è cioè una differenza che riguarda il contenitore, non i contenuti. Ciò che deve essere chiaro, è che negli uomini esistono due tendenze principali e contrapposte in cui la struttura considerata può realizzarsi: da una parte la personalità aperta autonoma e flessibile, dall'altra la personalità ristretta, rigida, dipendente per le proprie procedure di giudizio e di comportamento dal beneplacito di un leader "esterno". Le implicazioni di tale differenza ai fini della salute sono piuttosto ovvie. Ho teorizzato i meccanismi psicofisici responsabili del collegamento tra flessibilità mentale e salute nell'uomo nel mio lavoro "La Sindrome da Diminuita Flessibilità", presentato a Kos lo scorso anno.

Quello che abbiamo di fronte è dunque un problema educativo: si tratta di rendere l'individuo più mentalmente aperto e flessibile nelle proprie procedure di giudizio e di comportamento. Ho indagato circa l'età nella quale il giovane individuo è più sensibile agli stimoli formativi, e circa la particolare natura di questi ultimi. Ho trovato soprattutto sensibile l'età tra il cosiddetto "Anno Zero" del bambino e l'inizio della scuola, quando i rapporti di comunicazione famigliare selezionano e condizionano con meccanismo di pressione ambientale - "imprintano" - l'assetto delle connessioni cerebrali nel bambino. Su questa base educativa si appoggia la costruzione dell'individuo e del suo futuro stile di vita, che potrà essere appunto autonomo e flessibile, oppure rigido e psicodipendente.
Allo stesso tempo devo mettere in chiaro che parlando di tali polarità, rigida e flessibile, intendo solo creare un contorno a scopo esplicativo. Non suggerisco che queste polarità debbano essere trovate come "puro modulo" in qualche individuo o situazione. Piuttosto queste rappresentano i poli di uno spettro continuo, e qualsiasi comportamento individuale può solo tendere verso l'una o verso l'altra di esse - anche se una quantità di altri fattori, inclusi antecedenti incontri, influiscono in ogni situazione della vita reale. Voglio però confidare che questo mio inizio spingerà più lontano la ricerca, portando a considerare anche questi altri fattori in una simile prospettiva analitica.

Non appena ebbi formulata la mia teoria sul nesso tra l'uso del linguaggio nella prima comunicazione famigliare e la formazione della struttura mentale del bambino, mi sono reso conto che la maggior parte dei genitori non è ancora consapevole di questa opportunità, di questa responsabilità tutta loro. Solo i genitori possono infatti risolvere il problema di come rendere più mentalmente aperta e flessibile la gente a partire dalla prima età della formazione educativa. Così - ho concluso - i genitori devono essere informati quanto prima possibile. Mi è apparso però subito chiaro che "rendere qualcun altro consapevole" rappresentava proprio il genere di prospettiva dogmatica e "Top-Down" che desideravo evitare. Che si può fare allora, nel linguaggio di ogni giorno, per conservare e presentare l'approccio flessibile, se gente non già lo cerca? Questo sembra essere un vero dilemma filosofico. Se uno già guarda una cosa, non ha bisogno che gli sia mostrata - mentre se non la guarda, non lo possiamo eticamente forzare a porvi attenzione. Ma umanisticamente non esiste alcun dilemma, e questo contrasto è al centro del problema che mi preoccupa.

Detto semplicemente, noi ci rendiamo reciprocamente attenti a quello che diciamo tutti i giorni solo perché siamo attenti l'uno all'altro: non per consenso servile né per opposizione ostinata, ma per valutare quello che gli altri dicono e per cercare il filo comune che ci unisce a loro nel dare significato a un mondo che altrimenti qualche volta ci può sembrare incomprensibile. E' proprio questa attenzione, questa apertura mentale quella di cui Vi voglio parlare, e che è quella che noi stessi dobbiamo possedere innanzitutto. Ma ovviamente è più facile per Te che ascolti, se Ti presento i termini di riferimento come se si applicassero solo ad altri, che identificheremo d'ora innanzi come A, B, e C; e se, nel descrivere il rapporto di comunicazione tra queste tre parti, di nuovo uso solo i termini di "parlare" e di "ascoltare".
E dunque:

A è la persona che parla per primo, e possiamo convenientemente chiamare questo primo discorso "positivo". Ma per possedere dignità di comunicazione, un atto di linguaggio deve essere diretto ad un altro, B, che anche lui parla, e/o ad un altro ancora, C, l'ascoltatore.
B è, almeno potenzialmente, in opposizione ad A (ancora, non in contenuto ma in voce) ed è perciò il nostro "negativo". B potrebbe anche essere una persona in un altro gruppo, in un altro momento, o in un altro libro - o anche noi stessi.
Infine, C è il pubblico, l'ascoltatore. C è colui che domanda e che, proprio in ragione della sua domanda, delega il potere ad A, la leadership che risponde.

Si noti che il rapporto dialettico tra A e B è solo il prodotto della mente di chi ascolta, e cioè di C. Di fatto, il rapporto (+A-B) diviene vivo e fertile, nel senso di ausilio alla flessibilità e alla creatività, solo se l'ascoltatore C possiede già di suo la struttura mentale adatta a contenerlo, a pensarlo. In realtà, tutto ciò che stiamo ora descrivendo è solo una struttura mentale minima capace di pensiero riflessivo. Infatti, B può anche essere la capacità mentale dell'ascoltatore di tradurre in linguaggio "negativo" il proprio discorso, giusto come A può essere semplicemente uno stato precedente della stessa mente.

Prima di andare oltre, comunque, ora che la nostra "struttura mentale" è stata definita, possiamo immediatamente trarre una conclusione. Quello che stiamo facendo delineando questo processo di attenzione o riflessione, è creare un contesto per l'altrui processo di pensiero. A questo contesto, che è anche alla radice dell'enfasi di Gregory Bateson sul patterning, di solito ci si riferisce come "feedback"; ma il senso è che - almeno tra noi ordinari mortali - molto spesso un discorso è caratterizzato da una grande incertezza. Con questo non voglio dire che un tale discorso non potrebbe apparire ugualmente autorevole - siamo tutti familiari con i travestimenti dell'insicurezza - ma che molto spesso lo scopo di un'affermazione è solo quello di legittimare o autenticare il diritto che l'oratore ha di dire qualcosa. Proprio allo stesso modo in cui uno può arrivare ad appoggiarsi a un muro, non tanto per riceverne un sostegno fisico ma per un supporto psicologico, così uno può cercare di arrivare a questo risultato con le parole, cercando un supporto esterno per rassicurarsi che è dove - o piuttosto che è chi - si suppone che sia.

Il contesto che si intende proporre può essere infatti caratterizzato dalla risposta diretta al suono dell'autorità, +B, o dall'accettazione dell'incertezza con buona volontà di collaborare nella ricerca della certezza; cioè, per legittimità, -B.

Così, il nostro B può parlare per ottenere l'affermazione di A.
In questo caso il discorso di B sarà "positivo" anche agli occhi di C; possiamo rappresentare questo rapporto consensuale con la formula (+A+B). Nel loro rinforzarsi ed autenticarsi l'un l'altro, +A e +B vengono a formare di fatto una maggioranza (+A+B). In questo caso C, non avendo alcuna alternativa, sarà costretto ad uniformarsi a questa maggioranza per non essere respinto dal contesto collettivo.

Oppure B può parlare per discutere le asserzioni di A.
In questo caso il discorso di B si pone come 'negativo' rispetto a quello di A. La formula di questo rapporto dialettico diventa (+A-B).
In questo caso la somma (+A-B) non costituirà più una maggioranza; per contro, la presenza nello stesso contesto di comunicazione del linguaggio 'negativo' di B insieme a quello "positivo" di A - se saranno ben bilanciati - conferirà a C il potere di scegliere autonomamente la propria via, ne esalterà così l'autoconsapevolezza e l'autorealizzazione: quindi, per usare una sola parola, la Flessibilità. Quest'ultima è la condizione che noi identifichiamo come quella di maggior salute.

Ora, se questa può sembrare solo un'analisi minore del "processo di pensiero" in una mente matura, il significato della mia teoria sta però nella proposta di inserire il bambino reale in una simile condizione, così da fargli ottenere un'esperienza precedente di come saranno le sue future relazioni interpersonali e sociali, i suoi "affari con l' esterno". Come detto, la famiglia reale rappresenta il campo di addestramento, e la sua pressione ambientale sul bambino potrà essere (+A+B) oppure (+A-B) a seconda della scelta consapevole e responsabile dei genitori. Qui il bambino reale si forma le prime esperienze dei rapporti di comunicazione, essendo cresciuto o nel modello famigliare (+A+B) o in quello (+A-B) prima di entrare in rapporto con i gruppi sovrafamigliari della società - che potranno essere ancora (+A+B) o (+A-B). Tutto questo processo educativo, che si completa orientando la formazione del bambino verso una delle due diverse polarità di partecipazione al contesto sociale sopra descritte - la personalità rigida psicodipendente o quella autonoma flessibile - comincia pertanto dall'uso del linguaggio nei primi rapporti di comunicazione famigliare.

Fisicamente, esiste un nesso tra la struttura del contesto della prima comunicazione famigliare e la formazione della struttura cerebrale del bambino. C'è un sentiero, un passaggio tra i due lati della Mente, quello della conservatività e quello della simulazione logica e dell'inventività, ed è un percorso organico, non solo filosofico. Mi riferisco alle Vie nervose di associazione tra i circuiti dell'uno e dell'altro emisfero cerebrale. Sappiamo che quando il bambino ha circa 2 anni di età, tutte le sue connessioni nervose sono aperte al massimo del loro potenziale associativo. Da quel momento in poi il cervello del bambino inizia a salvare, fissandole, le connessioni nervose che servono il trattamento dei pensieri-comportamenti più remunerativi, ed a cancellare, riassorbendole o bloccandole, le connessioni che servono invece il trattamento dei pensieri-comportamenti meno remunerativi o più pericolosi. Il criterio per la selezione delle connessioni da salvare o viceversa da bloccare è verosimilmente il feed-back dovuto al modello di comunicazione famigliare, a seconda se esiste flessibilità dialettica o rigido autoritarismo da parte dei genitori - in quanto quel contesto avrà effetto di pressione ambientale all'epoca della formazione mentale del bambino.
Come risultato finale, il bambino con feed-back {+A-B} manterrà le proprie connessioni neuronali e interemisferiche aperte al massimo del loro potenziale associativo, mentre quello con feed-back {+A+B} le avrà bloccate al massimo se non addirittura riassorbite. Nel primo caso, il bambino sarà autonomo e flessibile, aperto all'invenzione e alla scoperta; nel secondo caso sarà rigidamente dipendente dal beneplacito esterno della leadership in ordine alla gestione delle proprie procedure di decisione. Il primo ricaverà la propria autoconsapevolezza dal lavoro integrato di tutti circuiti nervosi di entrambi i suoi emisferi cerebrali; il secondo disintegrerà probabilmente ogni possibilità di autoconsapevolezza e di autonomia - insieme alla propria salute individuale e sociale - al solo vantaggio dell'autoritarismo di qualche contesto totalitario.

In conclusione, per ritornare al rapporto medico/malato, possiamo ragionevolmente attenderci che il soggetto dotato di struttura mentale aperta e flessibile sarà anche più sensibile sia ai benefici che alle limitazioni della moderna medicina scientifica. Per contro, il soggetto più rigido troverà più potere nei trattamenti "magici". In effetti, come già ipotizzato, l'esistenza stessa di un "Effetto Placebo", per il quale la sottomissione psicologica del paziente all'autorità medica in quanto tale ne influenza le risposte fisiologiche, sembra essere una conseguenza della "Sindrome da Diminuita Flessibilità" - sulla cui prevenzione, prima di tutto contro il rischio di dipendenza dalla droga, si può leggere di più al sito Internet
http://www.flexible-learning.org

Mi fermo qui, per continuare più tardi con la mia prossima relazione, il "Progetto LFS," nella quale esporrò l'aspetto pragmatico della mia teoria Educativo-Preventiva. Voglio chiudere esprimendo i miei più vivi ringraziamenti al Professor Spyros Marketos, per avermi dato l'opportunità di venirVi a parlare in questa splendida isola alla 35^ riunione della Fondazione Internazionale di Medicina Ippocratica di Kos; a tutti Voi per la cortesia di avermi seguito sin qui; e specialmente a Kerry Miller, un amico filosofo di internet, che mi ha dato grande aiuto nel presentare questa relazione con una maggiore significanza logica.

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Antonio Rossin
Neurologo - Medico di base
45010, Ca' Vendramin (RO)
Italia
www.flexible-learning.org

Ultimo Aggiornamento: 17/06/03