![]() |
||
| Contributo di A. Rossin al Congresso "Psicoanalisi e Religione" di "Imago", Bolzano (I) 26-28 novembre 1993 | ||
|
Partendo da uno studio [1] sul rapporto tra informazione e formazione della personalità, quindi sulla comunicazione famigliare, mi sono chiesto se l'analogia esistente tra le pulsioni relative alla costellazione edipica e le pulsioni relative ai diversi riti religiosi possa esser dovuta alla loro appartenenza ad un'unica matrice, il livello logico dove avviene la formazione della personalità dell'individuo. Mi sono così chiesto se le pulsioni edipiche siano un movente primario, oppure soltanto la manifestazione secondaria di una causa nascosta che agisce a monte; e analogamente, se le pulsioni religiose siano la causa primaria di taluni comportamenti individuali, o non invece l'equivalente manifestazione secondaria di una causa comune. Secondo questa ipotesi, la causa primaria non sarebbe quindi situata a un livello di mito (di Totem e Tabù, o altri) ma più a monte, e cioé in errori della comunicazione famigliare da cui si originerebbero come sintomi quelle distorsioni nello sviluppo della personalità del figlio che tanta importanza rivestono nel sostenere le sue future patologie comportamentali e psicosomatiche che formano l'oggetto tradizionale della psicoanalisi. Per sviluppare l'ipotesi di una causa unitaria, comune sia ai riti edipici che a quelli religiosi, mi limiterò ad analizzare uno solo di tali sintomi, il complesso edipico, ritenendolo altamente significativo. E per non poter citare tutta la letteratura esistente sull'argomento, ho ritenuto sufficiente estrapolare da alcuni scritti di un autorevole esponente della scuola junghiana, Aldo Carotenuto [3], le motivazioni per cui secondo si formano le distorsioni dello sviluppo psicologico:
Emerge dunque con grande evidenza che il momento in cui si fissa l'imprinting edipico, e in cui verosimilmente si fissano analoghi imprintings religiosi, si può collocare con ragionevole certezza a livello dei primi rapporti famigliari di comunicazione educativa, quindi nel modello formativo. In questo caso, si tratterebbe di un particolare modello famigliare che s'impernia sul prepotere dei genitori e sulla totale dipendenza del figlio, che usa gli strumenti della violenza e della seduzione per amputare in quest'ultimo le più nobili e irrinunciabili esigenze psicologiche -- l'autoconsapevolezza e l'autorealizzazione -- per formarlo invece nella dipendenza rigida da modelli e da rituali prestabiliti. Questo tipo patologico di modello famigliare sembra poter essere identificato in modo significativo sulla base di precise differenze, o contrapposti parametri educativi, nei suoi due suoi tipici punti nodali. Il primo di questi
punti riguarda il rapporto di dialogo tra i genitori ai fini educativi. Questo
rapporto di comunicazione può essere impostato sull'obbligo reciproco di consenso
-- il cosiddetto "Principio di Non-contraddizione" oppure sulla libera espressione
di opinioni e sul confronto. Appare chiaro infatti che la violenza che così
spesso caratterizza il rapporto genitore/figlio viene inevitabilmente accentuata
se all'azione impositiva di un genitore si somma il consenso dell'altro genitore:
viceversa tale violenza potrebbe venir mitigata, e al limite annullata, se
alla presa di posizione di un genitore si opponesse la presa di posizione
dialettica dell'altro partner educativo. Non solo, ma un modello educativo basato sull'obbligo tassativo di consenso ammette esclusivamente la linea comportamentale imposta dal genitore dominante, linea questa che il figlio non potrà rifiutare pena la sua esclusione dalla struttura famigliare. Invece un modello educativo che valorizzi il confronto tra i genitori apre ipso facto uno spazio logico in cui il figlio potrà apprendere, assieme allo stesso linguaggio, linee indipendenti e flessibili di partecipazione alla dialettica famigliare, e sviluppare così senza eccessivi condizionamenti la propria autocoscienza, la propria autonomia creativa, la propria autorealizzazione. Il secondo punto nodale che intendo sottoporre alla Va. attenzione riguarda la cosiddetta "punteggiatura della sequenza degli eventi" [2] nei rapporti di comunicazione famigliare. Mettere la "punteggiatura"
a un dialogo significa stabilire chi parla per primo e chi per secondo, chi
chiede e chi risponde. Nel caso della comunicazione famigliare, la "punteggiatura"
consente di stabilire se il rapporto in cui i genitori trasmettono al figlio
i valori di pertinenza famigliare è iniziato su domanda esplicita del genitore,
oppure su domanda esplicita edel figlio. Questa priorità nella comunicazione
famigliare ha grande importanza perché è evidente che ogni iniziativa, ogni
domanda del genitore verso il figlio diventa di per se stessa un atto di seduzione
dei genitori verso il figlio, e caratterizza così il modello educativo patologico.
In definitiva,
molti guasti arrecati involontariamente da tante famiglie alla formazione
psichica dei figli sembrano poter essere evitati, o quanto meno attenuati,
se i genitori fossero meglio informati sull'esatta funzione dei meccanismi
educativi testé illustrati, che essi attuano quotidianamente senza porsi il
problema delle loro possibili consequenze. A questo proposito dice ancora Aldo Carotenuto:
Va reso grazie a Freud, cui va indubbiamente il merito di essere stato il primo a "mettere alla luce, portandole alla coscienza, le configurazioni parentali che noi stessi incarniamo ed agiamo...", se questo mutamento radicale è potuto iniziare su base scientifica; e va reso grazie alla terapia psicoanalitica, se tanta gente altrimenti votata alla sofferenza e all'emarginazione ha potuto trovare la strada dell'autoconsapevolezza e dell'autonomia. Oggi però tutto questo non è più sufficiente, e tuttavia l'istituzione Psicoanalitica sembra ancora nettamente determinata a limitare il proprio campo di intervento agli esclusivi problemi psicologici di ordine individuale. E' pur vero che negli anni in cui Freud iniziò la sua opera non gli erano concessi altri spazi d'intervento: sarebbe però paradossale se da allora la Psicoanalisi avesse cristallizzato il suo pensiero lasciando ad altre discipline -- od ai riti -- il compito di fare informazione sulle conseguenze sociali dei meccanismi formativi di pertinenza famigliare; quei meccanismi che la scuola freudiana dovrebbe conoscere più di altri, perché piu di altri possiede gli strumenti tecnici per poterli analizzare. Mi sia quindi
concesso concludere con un'esortazione. Per fare una proposta concreta, i due punti nodali della triade famigliare che ho avuto modo di sottoporre all'attenzione di questo Congresso potrebbero costituire l'oggetto di un'indagine epidemiologica in ordine all'eziologia di quel male oscuro, di quella peste di cui Freud, quasi 2000 anni dopo Cristo, ci ha saputo far vedere l'esistenza. Note bibliografiche 1.
Rossin, A.: "Droga&Famiglia", ed. Zlelo Este Italy 1990 ISBN 88.85689.13.2
Ultimo Aggiornamento: 17/06/03 |
||