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di Antonio Rossin - 9 Giugno 2002

" Negli schemi patologici, la struttura
governa la funzione
negli schemi fisiologici, la funzione
governa la struttura "

(Prof. Augusto Corsini)


Nota:
La tesi che mi accingo a sviluppare è il risultato della mia esperienza professionale specifica, e di una nuova logica basata sulla dialettica. Pertanto appare del tutto improbabile, caro Lettore, che Tu possa trovare riferimenti nella Letteratura della Psichiatria e della Psicologia tradizionali, dal momento che nessun Autore in tali discipline sembra aver mai immaginato un simile soggetto logico prima d'ora -- e forse mai lo farà, stando all'avvertimento di Einstein: "Non puoi trovare la soluzione usando la stessa logica che ha creato il problema". Sarà però possibile trovare sostegni a questa tesi dall'osservazione e dall'evidenza comune.


Background

Gli "psicoterapisti" e il NCP

Terapia contro Prevenzione

La funzione sociale degli "psicoterapisti"

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Background

La mia esperienza di neuropsichiatra è iniziata nel 1965. Avevo trovato lavoro nel reparto neurologico dell'ospedale di Monselice, vicino a Padova. Solitamente, i pazienti "psichiatrici" che vi erano curati non presentavano i sintomi di malattie mentali importanti o conclamate, ma per lo più quelli di disadattamenti minori, come l'ansia, il disagio, lo stress, la depressione e così via. Questi sintomi erano però abbastanza gravi da non poter essere curati a domicilio, a causa della tensione che ne derivava sia per il paziente che per il suo intorno collettivo.

Con il passar del tempo, mi andavo rendendo conto che molti dei miei pazienti soffrivano di tensioni e di squilibri sociali: essi avvertivano in qualche modo che c'era qualcosa di sbagliato a turbare la loro esistenza quotidiana -- ma non possedevano gli strumenti culturali, un linguaggio appropriato che consentisse loro di prendere coscienza della natura dei loro problemi così da poterli affrontare. Molto più semplicemente, essi percepivano l'effetto spiacevole di queste tensioni e disadattamenti sociali come sintomi fisici, e così portavano le loro sofferenze in ospedale per esserne curati.

Essi, in special modo i pazienti più giovani si sentivano incapaci, o in qualche modo 'impediti', nell'affermare una loro personalità. In effetti, tutti loro dimostravano una personalità debole, ed erano incapaci di realizzarsi soddisfacentemente nel loro partecipare al contesto sociale. Presto incominciai a capire che la nostra natura umana non consente a noi comuni mortali, a ciascun individuo, di mancare l'appuntamento con la propria realizzazione senza che questo ne ricavi un'esperienza in qualche modo dolorosa: infatti, l'individuo in questione avverte tale mancanza come un profondo malessere esistenziale, anche se solo a livello corporeo, ecco perché i suoi sintomi venivano portati in ospedale e affidati alle cure di noi neuropsichiatri e psicoterapisti.

La mancanza di partecipazione individuale nella società non si traduce quindi esclusivamente in un danno sociale -- come i sostenitori della Democrazia Diretta sanno bene. Questa mancanza di partecipazione è anche causa di malattie psicosomatiche per l'individuo stesso, in quanto quest'ultimo è incapace di autoconsapevolezza e di pensiero critico autonomo e creativo ("critico" verso l'assetto conservativo della società, naturalmente). Tutto questo è ciò che io chiamo "flessibilità", quella che consente a ciascuno di noi, in quanto cittadino maturo, di assumere su se stesso la piena responsabilità della propria partecipazione nella società -- e la conseguente soddisfazione.

(Vent'anni più tardi ho descritto questo malessere individuale e sociale come "Sindrome da Scarsa Flessibilità", "Lessened Flexibility Syndrome". Il saggio e' stato accettato per la pubblicazione in due (!) conferenze internazionali cui ho avuto modo di partecipare, presso la Fondazione Internazionale Ippocratica di Kos, Grecia, nel 1995. E' possibile trovare questa comunicazione -- no copyright! -- nel mio sito web:
http://www.flexible-learning.org )

Coerentemente, avevo iniziato a stimolare i miei pazienti verso una maggiore "flessibilità" circa i loro comportamenti domestici ed il loro modo di comunicare con il prossimo, così da non dare origine a quelle tensioni che rendevano insopportabili i loro rapporti familiari e sociali sino al punto di diventare malattia. Era un lavoro difficile, convincerli a cambiare qualcuno dei loro atteggiamenti tradizionali e dei loro schemi abituali di comunicazione interpersonale! Di fatto, andavo chiedendo loro di tentare soluzioni comportamentali e di comunicazione nuove, possibilmente "per errori e correzione di errori", mirando a sviluppare in loro un nuovo modo, più consapevole e responsabile, flessibile, di partecipazione al loro ambiente familiare e sociale: un cambiamento cioè nei loro atteggiamenti abituali tale da poter risolvere, o almeno diminuire, le loro tensioni relazionali.

Si trattava di un lavoro davvero difficile, ripeto, perché questi pazienti erano stati abituati o condizionati a ripetere sempre e sistematicamente gli stessi schemi di comportamento e di linguaggio. Ciononostante, avevo iniziato ad ottenere qualche risultato positivo dal mio suggerir loro "pensa differente!"… e ciò sino a che i miei colleghi neuropsichiatri nell'ospedale si misero a dire ai miei pazienti: "non ti preoccupare, lascia stare tutti quei discorsi difficili del dottor Rossin: ti do io la pillola giusta per risolvere i tuoi dolori e i tuoi problemi!". Ovviamente, le soluzioni più facili e veloci si chiamavano Valium, Prozac -- e Ritalin.

I miei pazienti scelsero di accettare la pillola facile, invece di affrontare la difficile assunzione di responsabilità nel cambiare le loro abitudini di vita, e io mi trovai costretto a cambiare il mio approccio terapeutico se volevo sopravvivere come psichiatra in quell'ospedale. Non lo feci, e conseguentemente lasciai il lavoro di neuropsichiatra che avevo svolto per quasi dieci anni, e andai a lavorare come 'medico di famiglia' in un villaggio sperduto. Questo avveniva nel 1974, e da allora mi misi a pensare al ruolo nocivo degli psicoterapeuti tradizionali.

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Gli "psicoterapisti" e il NCP

La mia opinione era che gli psicoterapisti tradizionali riducono di fatto le tensioni individuali così da farle interpretare, e curare, solo come i sintomi d'una malattia individuale. In tal modo essi istituzionalizzano come "male", come sintomo cioè di malattia individuale, ogni tensione esistenziale che potrebbe altrimenti condurre il paziente verso un cambiamento nei rapporti interindividuali e nella più larga società.
In questa loro mansione istituzionale, gli psicoterapisti servono di fatto a difendere il regime precostituito contro ogni impulso individuale al cambiamento -- impulso questo che l'individuo avverte come aumento di tensione. Di fatto, gli psicologi e psicoterapisti istituzionali riducono al livello di puro sintomo di malattia quella tensione del paziente che potrebbe mascherare un desiderio subconscio di autonomia, di autoconsapevolezza, di partecipazione responsabile e diretta al tessuto sociale. Essi ricoprono in questo modo il ruolo dei saggi servitori del regime, assicurandone la conservazione.

D'altra parte, i pazienti tendono ad acconsentire alla soluzione facile -- la pillola facile o ogni altro benessere passivo -- che gli psicoterapisti offrono loro. Nessuna meraviglia quindi se i terapisti prescrivono di regola il Ritalin agli scolari, sin quasi dall'età dell'asilo, per tenerli quieti e sottomessi all'autorità scolastica conformemente al "Principio di Non-Contraddizione" (NCP), anche detto "Principio di Autorità".

Così "il popolo" e i suoi psicologi - psicoterapisti sembrano essere adetti istituzionalmente al NCP. Ogni trasgressione di questo principio è avvertita come causa di tensione e di dolore esistenziale dall'individuo interessato, ed è pero assunto come sintomo di malattia dai terapisti istituzionali non appena lo sfortunato ma fiducioso aspirante malato cade nel loro abbraccio assistenziale. Ovviamente, questi psicologi possono anche parlare di cambiamenti sociali, di Democrazia Diretta, ma non ammettono mai che il NCP, il "Principio di Autorità", possa essere contraddetto dai loro pazienti -- che essi riducono così a vivere in un rapporto di assistenzialismo passivo.

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Terapia contro Prevenzione

Chiaramente, gli psicoterapisti offrono un sollievo ai loro pazienti sofferenti dei sintomi di tensione e di ansia, e che non sanno trovare una soluzione praticabile in alternativa ai trattamenti medici. Per questa loro funzione il ruolo sociale dei psicoterapisti appare commendevole. Ma ogni volta che ho potuto interrogare alcuni di loro circa la prevenzione, tutti hanno evitato l'argomento, nessuno ha voluto tentare un'analisi del rapporto tra la "malattia" dei loro pazienti e il loro condizionamento educativo all'obbedienza del Principio di Non-Contraddizione sin dalla primissima età di apprendimento del linguaggio. Ebbi modo di partecipare ad un convegno di Psicoanalisti, alcuni anni fa, e preparai una comunicazione. Essi accettarono di pubblicarla, ma nessuno di loro raccolse fattivamente l'argomento. La pubblicazione è ora liberamente disponibile (no copyright,) nel mio sito web: http://www.flexible-learning.org
In quella pubblicazione avevo citato alcuni scritti analitici del professor Aldo Carotenuto, il riconosciuto decano degli psicoanalisti - terapisti italiani, suggerendo che quelle analisi potevano essere benissimo estese dalla terapia alla prevenzione. Ciò che fui tristemente costretto a dover ammettere, è che essi accettano l'analisi del condizionamento familiare educativo solo a scopo di terapia, così di fatto costringendo il paziente a rimanere sottomesso all'autorità istituzionalizzata. Essi però non accettano la stessa analisi quando viene proposta a scopo di prevenzione, la quale potrebbe consentire all'individuo di prendere una posizione autonoma e critica, quindi di controllo, i rapporti di comunicazione gerarchica che lo rendono passivo dipendente dal beneplacito dell'autorità istituzionalizzata. Di fatto, ripeto, nessun psicoterapista (compreso il professor Carotenuto) ha mai considerato la mia proposta di prevenzione della dipendenza su base educativa.

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La funzione sociale degli "psicoterapisti"

Esiste però, comunque, un'altra caratteristica degli psicoterapisti che merita ulteriore attenzione. I terapisti, a causa del loro ruolo specifico nell'istituzione, si abituano a giudicare "superiore" il loro proprio modo di pensare, nel confronto con quello dei loro pazienti -- o della gente comune. Cioè, essi ricoprono formalmente il ruolo dell'autorità istituzionale per il "pensare sano". Conseguentemente, come detto, essi tendono a ridurre al rango di vera malattia il "pensare differente" di chiunque. Infatti, essi svolgono il ruolo subdolamente istituzionalizzato del "pensare sempre giusto". Pertanto, proprio come corollario del loro lavoro svolto da un ruolo istituzionalizzato, essi servono ad opporre il "pensare differente" di ogni persona, in quanto potenziale critica alla autorità costituita o leadership, ed allo status quo di un ordinamento sociale basato sul Principio di Non-Contraddizione. E questo a dispetto di qualsiasi loro preteso ruolo di supporto che essi possono dichiarare a favore dei cambiamenti politici, in special modo verso la Democrazia Diretta. Quel che è ancora peggio, come corollario del loro lavoro istituzionale in conformità al Principio di Non-contraddizione essi diventano istituzionalmente impenetrabili ad ogni forma di autocritica.

Per concludere, non c'è da aspettarsi cambiamento alcuno verso una maggiore autonomia ed una partecipazione responsabile e diretta, 'bottom-up', dell'individuo nella società, sotto il presente ruolo istituzionale degli psicoretapisti. Solo la conservazione di un rapporto di dipendenza passiva dall'assistenza e dal welfare dell'istituzione, sembra poter trovare ragionevolmente posto nelle nostre previsioni.

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Antonio Rossin
Neurologo - Medico di base
45010, Ca' Vendramin (RO)
Italia
www.flexible-learning.org

Ultimo Aggiornamento: 17/06/03